Tempo e Racconto - Bosco Lago Vulcano. Tre artisti, un dialogo a Nemi.


di Marco Nocca

“Tempo e racconto” indaga sui meccanismi messi in campo dal linguaggio e dalle immagini nella costruzione della memoria e della percezione. La memoria è del Tempo, e nel tempo essa contiene un enigma: la presenza durevole di ciò che non è più attraverso l’immagine e la parola di chi ricorda. Questa riflessione dei tre giovani artisti Laura Giovanna Bevione, Domenico Cornacchione e Antonio Rotunno è inserita nel superbo contesto del luogo che la ospita, la Nemi amata da Lord Byron, potentemente segnata ab antiquo da elementi sacri (tempio di Diana Artemide, mito del Rex nemorense),  incastonati in un contesto naturale di straordinaria bellezza ( bosco –lago - vulcano).
Come risucchiata dal lago vicino,  e convogliata nel pozzo al centro della sala, l'acqua compone il paesaggio simbolico nell’opera di Laura Giovanna Bevione.
Esistono nelle profondità della nostra mente -il pozzo- ricordi vaghi e imprecisi, quasi dimenticati, ma comunque presenti. La volontà e lo sforzo di riportarli a galla permettono ai ricordi di rivivere, anche se difficilmente in questa seconda vita essi tornano intatti, irrimediabilmente corrotti dal racconto che ci imponiamo per legarne in una narrazione il senso. Costringendo la nostra mente a ricordare, spesso aggiungiamo in maniera inconscia dei dettagli ai nostri ricordi, dei particolari di fatti ed eventi mai verificatisi,  che ci aiutano a ricomporre un ricordo frantumato - inutilizzabile in tale forma - in un racconto sensato. Nei video di Bevione, proiettati all’interno del pozzo, l’artista mette alle strette degli anziani, “costringendoli” a ricordare avvenimenti e persone lontane nel tempo. Le sue domande vogliono indagare il passato di quelle persone, rievocando eventi ormai quasi rimossi dagli intervistati che, davanti alle telecamere, si sforzano per ricostruire gli eventi. Quanto c’è di vero, e quanto di verosimile in quei racconti? Impossibile saperlo.
Il vulcano qui ha dominato la natura per migliaia di anni, provocando terribili cataclismi, eruttando lava poi composta nei materiali lapidei che ancor oggi modellano il paesaggio. Il lago stesso, che occhieggia dopo l’arco all’uscita delle Scuderie Ruspoli, sede della mostra, occupa lo spazio di un cratere della grande caldera del Vulcano laziale. Le sculture disseminate nell’installazione di Domenico Cornacchione alludono ai materiali risultanti da quelle esplosioni: pesantissime pietre all’apparenza, che si rivelano in realtà aerei grovigli di carta. In dialogo con essi, appesi alle pareti, tavole e immagini fotografiche che fanno pensare ad un primo sguardo a strumenti di tortura e luoghi di segregazione per animali: avvicinandoci scopriamo in realtà testi di medicina veterinaria, utilizzati per curare gli animali.
Può accadere di fidarsi troppo di ciò che si ricorda, ma anche, quando un’immagine si presenta allo sguardo, delle prime impressioni visive, velocemente associate, razionalmente composte, messe in relazione al già noto. Ci si accorge, nel tempo del racconto fatto a noi stessi per strutturare la percezione in forma coerente, di esserci ingannati. Inganna la scena cruenta riprodotta da Cornacchione su una lunga striscia di carta: a prima vista una mattanza, in realtà sequenza di una difficoltosa nascita di un vitello,dunque prolungato omaggio alla vita.
 Nei boschi che circondano il tempio di Diana Artemide aleggiano miti e leggende, eternate dal grande antropologo Frazer nel suo Ramo d’oro (1915). All'interno del santuario nemorense cresceva un albero di cui era proibito spezzare i rami: solo ad uno schiavo fuggito era concesso di cogliere una delle sue fronde. Se lo schiavo riusciva nell'impresa acquisiva il diritto di battersi con il sacerdote e se lo uccideva diventava di diritto il Rex Nemorensis. Ai tempi di Caligola, imperatore molto legato al lago, con le sue barche-palazzi galleggianti, e ancora in età antonina (II sec. d.C.), nel culto alla Diana Nemorensis il sacerdozio veniva ancora conferito come premio al vincitore di un duello. Le sculture di Antonio Rotunno coniugano un’esperienza intima e personale (memorie della terra d’origine), con un’installazione scaturita dal racconto mitico che questi alberi nei boschi di Nemi, oggetto di antichi culti, ricchi di storia depositata nel tempo, gli hanno suggerito. Rami slanciati o ricurvi s’intrecciano, a disegnare linee nello spazio, concluse da forme tondeggianti, che richiamano l’antico vasellame in argilla. Prende così forma in Rotunno un racconto legato al tempo di una cosmogonia individuale (i boschi della Lucania attraversati dall’artista da bambino), ripercorsa in un luogo in cui gli alberi, la stessa natura si caricano di significati simbolici aggiunti: un ramo è il ramo d’oro, una forma è lo scettro del rex. Ecco che l’essenza più intima della memoria individuale adatta e modella tempo e racconto in ascolto del “genius loci”: qui a Nemi composto dalle misteriose presenze adombrate dall’epos mitico.


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